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L'Italia delle scartoffie

Una feroce condanna alla nostra burocrazia.
Esempi trentini di “strabismo” tra un eccesso di norme e veri e propri guasti ambientali.
Mentre il resto dei danni è causato dalla “burocrazia difensiva”.
Scoprite le ragioni per cui l’Italia non si libera da questa piaga.

Effetti su economia, lavoro e patrimonio
L’ITALIA DELLE SCARTOFFIE
L’edilizia soffocata dalla burocrazia

SERGIO RIZZO: il muro delle scartoffie
Sergio Rizzo, su “Repubblica del 7 luglio, ha denunciato il “muro delle scartoffie”, cioè quella “giungla di ottusità burocratiche” che mandano in confusione i cittadini, disorientano i tecnici e bloccano il Paese più complicato del mondo (vedere su P.G. 2/19 intervista all’archistar Richard Roger).
Questa è – in sintesi – la visione di un noto ed acuto giornalista, autore del libro-denuncia “La casta”, che ha messo il dito nella piaga di un sistema che non può reggere e che sta veramente minando una parte importante della nostra economia.
I costi sono ormai esagerati e solo per gli adempimenti fiscali vengono stimati in Italia in 46 miliardi l’anno.
Non si tratta solo del diffuso senso di nausea nel riempire pagine su pagine di inutili dichiarazioni ed assunzioni di responsabilità. La burocrazia non attanaglia solo i tecnici ma toglie gli stimoli alla iniziativa, assorbe energie e risorse finendo di colpire in maniera incredibile il settore dell’edilizia e tutto l’universo economico (investimenti, lavoro, pace sociale) che ruota attorno.
È pura ipocrisia continuare a scrivere un’abbondanza di protocolli, codici e cavilli per poi lasciare che la realtà continui a discostarsene con deviazioni paradossali. Così facendo affonda il senso della legalità e la certezza del diritto mentre, quando le leggi sono troppe, si elidono a vicenda e ciascuno fa come gli pare.
A tutto questo si aggiunga il fatto che il “pessimo linguaggio” delle norme consente al Giudice, all’avvocato ed al professionista di “interpretare” la legge: in modo tale che questi soggetti creano la regola invece di applicarla.

Esagerazioni? Nemmeno per idea.
La prova arriva attraverso una panoramica tutto campo degli effetti devastanti che la morsa della burocrazia provoca sul complesso mondo economico che ruota attorno.
Non è solo una fastidiosa ed epidermica sensazione per la perdita di tempo; il fenomeno è – ora – rilevato e misurato attraverso attente analisi economiche, finanziare e socio culturali che sono arrivate ad una unica e dolorosa conclusione: di questo passo l’intero sistema rischia di inchiodarsi.
Occorre quindi avere la consapevolezza del fenomeno e quindi passiamo, innanzi tutto a capire la genesi di tanta burocrazia.

Il business dell’incertezza
Se le leggi sono molte, complicate e contraddittorie, è più facile interpretare, sbagliare, eluderle e magari alimentare controversie.
Se torniamo con la memoria agli anni settanta, anche nel nostro piccolo Trentino, ricordiamo un proliferare di piani urbanistici, regolamenti, norme di attuazione che lievitavano a dismisura assieme al fenomeno della grande crescita edilizia.
Assieme a tutto questo, aumentava un business parallelo di contenziosi, ricorsi, liti tra vicini, ricorsi amministrativi, cause civili e procedimenti penali.
Ogni operatore coinvolto dal virus dell’incertezza si fissava lo scopo di arrivare all’esperto (funzionario, tecnico, avvocato, giudice) che avesse in mano la “soluzione al problema”. Soluzione che non esisteva, proprio perché qualsiasi situazione aveva soluzioni ed interpretazioni diverse: una parola aveva più significati e la frase era talmente sibillina che poteva avere molte valenze. Spesso i concetti erano talmente contorti che si finiva anche con l’interpretare lo “spirito” della legge. Non era raro che vertenze in materia edilizia avessero un iter di 15-20-25 anni.
Ma con l’aumentare delle norme quale beneficio ne traeva l’ambiente?

L’urbanistica del fai da te
Parrebbe ovvio ed automatico ritenere che, finita l’epoca della architettura spontanea, l’urbanistica ma anche l’ambiente potessero trarne vantaggi. L’urbanistica infatti nella sua finalità di programmare e coordinare architettura, viabilità, espansione residenziale, edilizia pubblica, centri commerciali ed industriali, indica una regola all’espansione delle città, curando il rapporto tra il costruito e l’ambiente. Soprattutto mette in relazione le esigenze dell’uomo e dei rapporti sociali con la città, la mobilità, i contatti sociali.
In Italia risultati ottimali ed esemplari non ci sono; ovvero sono molto pochi.
Purtroppo l’urbanistica è invece diventata preda della politica e degli interessi speculativi più aggressivi.
Percorrendo le province del Veneto si ha l’idea di una grande confusione dove abitazioni, capannoni, centri commerciali, depositi all’aperto sono tutti in bella mostra, tutti in fila senza soluzione di continuità da Bassano a Montebelluna, da Marostica a Vicenza. 
I paesi non hanno più un proprio contorno definito perché tutto è costruito, periferie, campagne, colline: tutto. Ma non soltanto in Veneto, patria del Palladio e di mirabili bellezze architettoniche di un tempo.
Al Sud il fenomeno è diverso ma sempre di grande confusione: Roma è cresciuta con enormi quartieri abusivi ma gli abusi si sono allargati anche nel resto d’Italia, in aree pericolose, sulle falde del Vesuvio, nelle aree a rischio idro geologico oppure ai limiti delle scogliere di Capri ed Ischia ed a macchia d’olio sulla grande maggioranza degli 8000 chilometri di coste.
Per fermarsi al nostro ambito trentino, assistiamo spesso ad esempi negativi, come il disarmonico panorama delle recenti costruzioni dell’aeroporto Caproni, sorte proprio mentre il legislatore provinciale ed i funzionari pubblici si strizzavano i cervelli per dare le definizioni dei termini urbanistici nella più grande confusione letteraria.
Tutto questo avveniva mentre il legislatore faceva le pulci al significato di “volume”, “costruzione” ed argomentava sulla differenza tra tettoia e pergolato senza però conseguire il benché minimo risultato in termini di qualità architettonica e ambientale.

Poi arriva la “burocrazia difensiva”
Quando ormai le risorse si riducono al lumicino, costruire costa troppo, le case rendono meno ed è passata la passione per il mattone, avanza un nuovo fenomeno: la burocrazia difensiva.
Questo termine definisce quel sistema mastodontico, arrogante e vessatorio per cui tutti quelli che sottoscrivono un pezzo di carta se ne assumono le responsabilità sollevando funzionari, tecnici ed interi apparati pubblici.
Le regole vengono usate per proteggere se stessi piuttosto che per risolvere i bisogni degli altri.
Ed intanto le scartoffie diventano sempre di più per consolidare il principio secondo cui – così facendo – è più facile scaricare le responsabilità lungo la catena.
Giusto, più che giusto: i tecnici ci sono per questo ma non è questa la strada della responsabilizzazione.
Il tempo perso dai tecnici per compilare moduli su moduli, accumulare scartoffie e sottoscrivere decine di assunzioni di responsabilità è tempo sottratto all’attività professionale, alla formazione, allo studio, alla creatività, ai seri controlli nei cantieri.
Eccesso di burocrazia è l’equivalente di freno, spreco di tempo ed energie.
È soltanto illusoria la convinzione di certi professionisti secondo i quali la burocrazia moltiplica il lavoro che non c’è ed alla fin fine è sempre “lavoro”. Ammesso che di lavoro si tratti è qualcosa di infruttuoso, parassitario, nocivo e di enorme peso economico che sottrae risorse alle attività che muovono l’economia più sana.

C’è chi si sottrae e chi ne soffre
Chi – finora – ci ha seguito e ritiene ancora che il problema burocrazia sia stato rappresentato con toni esagerati o allarmistici – ora – potrà invece rendersi conto che il fenomeno è più grave di quanto si pensi proprio perché questo fa diminuire gli investimenti, i redditi, l’innovazione tecnologica e la competitività.
Quando un ipotetico Cliente arriva nel nostro studio per affidarci la pratica di sostituire gli avvolgibili, vede solo la punta dell’iceberg e scappa quanto gli si prospetta la necessità di avere la mappa, il PRG, le foto, la relazione, i disegni di facciata, il verbale dell’assemblea, i dati anagrafici e fiscali dei proprietari, della ditta, dei tecnici e così via.
In generale la burocrazia è un mostro indomabile che avanza e divora risorse ed energie.
Perfino l’agricoltura biologica ne soffre le conseguenze. Un piccolo coltivatore lamenta che la certificazione gli costa, in termini di tempo, uno spreco enorme sottratto alle cure delle coltivazioni. Per certe certificazioni – lamenta – “rimango tre ore a riempire carte mentre mi rimane un’ora per restare sui campi”. 

I numeri dell’assurdo
Perché la burocrazia è il comune nemico e seconda causa dopo la corruzione, di una economia stagnante e malata?
Semplicemente perché sottrae energie, creatività e lavoro utile dai veri obiettivi utili al Paese.

Qualche esempio?
Una piccola impresa dedica 19 ore al mese solo per gli adempimenti burocratici preliminari.
Sono necessari 30 permessi per costruire una abitazione.
Ma soprattutto l’eccesso di burocrazia mette in evidenza contraddizioni che hanno dell’incredibile e che possono diventare “palpabili” attraverso numeri impressionanti.
L’iniziativa visionaria ma necessaria per dare definizioni identiche negli 8mila comuni italiani sui significati dei termini più usuali come: “veranda”, “superficie utile” ecc. “costruzione” “edificio” ha richiesto ben 25 mesi mentre la stesura della nostra Costituzione ne ha richiesti solo 21.
Non soltanto, ma la crescita edilizia è avvenuta con squilibri spaventosi perdendosi in labirintici regolamenti edilizi mentre non esiste una pianificazione sensata tra il patrimonio edilizio esistente, utilizzo, necessità e spreco.
Circa 60 milioni di italiani possiedono 74 milioni di immobili, di questi, 56milioni sono abitazioni
Allo stesso tempo esistono 7 milioni di case vuote e 6000 paesi abbandonati.
Ciononostante 50mila persone sono “senza tetto” mentre milioni di cittadini chiedono ed aspettano – spesso da decenni – l’assegnazione di una casa popolare che non c’è.
Anche se abbiamo 7milioni di case vuote o abbandonate, il consumo di suolo non rallenta.
Dal dopoguerra ad oggi il consumo di suolo è aumentato del 184%. Il 23% di aree a 300 metri dalla costa è occupato da infrastrutture, ville, villini spesso utilizzate pochi giorni all’anno.
30 ettari di suolo al giorno vengono ingoiati da urbanizzazioni, strade e case, mentre dietro questa scia insaziabile rimane un cimitero di ettari ed ettari di aree industriali abbandonate, perfino commerciali e direzionali, spesso da bonificare. 
In Italia è giunta al record del 7,64% di suolo consumato rispetto alla media di 4,1% della media europea.

Nell’ Italia delle regole, impossibile demolire
Ma le molte, troppe regole generano – almeno – la qualità ambientale?
Assolutamente no. Non tiriamo in ballo le desolate e tristi periferie delle grandi città, le sterminate tipologie di ville, villette e villoni della ricca Brianza, né i tristi cimiteri di aree industriali abbandonate ma osserviamo piuttosto lo sterminato “patrimonio” di case, palazzi, alberghi e strutture completamente abusive.
Come si concilia il numero impressionante di case abusive, di verande, tettoie, aggetti, balconi abusivi con l’esagerata produzione di leggi, norme, regolamenti che proliferano in Italia?
Si spiega semplicemente con il fatto che troppe leggi equivalgono a nessuna legge. Ed in effetti in Italia non si demolisce nulla. Anche nel nostro rispettoso Trentino gli esempi non mancano. 
A titolo di esempio si può citare una causa civile per un ampliamento abusivo. È durata 30 anni. Alla fine è stata emessa la ingiunzione alla demolizione attraverso “l’obbligo di fare”, ma il Comune si è messo di traverso perché ha “inventato” la necessità di un piano particolareggiato del rione per demolire il volume illegittimo.
Com’è finita? Il “vincitore” della causa si è dovuto accontentare del risarcimento delle spese legali, mentre il volume abusivo è rimasto lì, sfidando PRG, normative, leggi, sentenze ed ingiunzioni!

E l’ambiente è salvo?
Sanzioni, contravvenzioni ed anni di galera: sono almeno deterrenti che fanno diminuire i reati?
Sembrerebbe che dinanzi a tali prospettive di condanne, soltanto un pazzo possa azzardare ad eluderle. Ed invece cosa succede?
Non solo i rifiuti hanno ammorbato la arcinota terra dei fuochi ma ora la terra dei fuochi è al nord, dove enormi capannoni in cui si ammassano rifiuti pericolosi, prendono fuoco uno dopo l’altro assieme a tutta la “burocrazia cartacea” di una infinità di bolle di accompagnamento ed assunzioni di responsabilità fasulle.
E d’estate escono pure i piromani dalle loro tane. Dietro ogni incendio c’è una questione di soldi. L’Italia divampa ma nessun piromane finisce in carcere, nemmeno quello che ha sulla coscienza qualche morto.
L’Italia impazzita insegue ben altre emergenze che non sono sicuramente quelle ambientali.
Le emergenze ambientali servono per festeggiare Greta, per adunare tanti bravi ragazzi tutti vogliosi di pulire l’ambiente e poi se ne dimenticano per riempire di lattine di birra i giardini pubblici o appiccare il fuoco ai cassonetti, bighellonare per strada ma non certo prodigarsi per l’ambiente che – tra l’altro – non è la priorità né di questo governo, né dei precedenti.

La burocrazia è pure strabica
Sì è vero: la burocrazia è strabica, come lo è la politica.
I grandi problemi sono ignorati mentre si inseguono i distinguo tra tettoia e veranda.
La grande colpa della politica, al di là di ogni colore, è la scarsa lungimiranza.
Ogni amministrazione non guarda più in là del proprio naso. La lungimiranza degli obiettivi non esiste. Ciascuno che va al potere ha due obiettivi: individuare le colpe ereditate, addossare la colpa agli altri ma non rimediare agli errori di chi lo ha preceduto.
Non solo abbiamo esempi anche in Trentino dove le amministrazioni spendono milioni di euro per demolire e rifare ciò che la precedente aveva realizzato solo pochi anni prima!
Non esiste una visione d’insieme o lungimirante in un Paese come il nostro dove “troppe persone sono senza casa e troppe case sono senza persone” e dove la sovrabbondanza di leggi crea permessivismo e facili illeciti. 

Cresce la consapevolezza dei professionisti
Troppo spesso la politica ignora l’universo dei professionisti.
Un governo che manda in pensione persone attive di 60anni è miope dinanzi alle vere necessità del Paese che non decolla e manda i laureati all’estero.
Quando le risorse sono poche – come adesso – non vanno sprecate inutilmente ma valorizzate al massimo, non certo aumentando la produzione di carte e procedure inutili.
La burocrazia è ormai un peso insopportabile.
Anche la convinzione che la “burocrazia” è comunque lavoro e reddito lascia il posto alla consapevolezza che di burocrazia si può morire.
Proprio per questo motivo, dopo anni di vero immobilismo, il mondo dei professionisti sembra risvegliarsi e rivendicare il valore della formazione, il senso degli obiettivi, la misura tra responsabilità ed inutili scartoffie.
Questa minuscola denuncia, è un piccolo embrione di una protesta che monta non per interessi personali ma per un Paese migliore dove il raggiungimento degli obiettivi passa soprattutto attraverso la valorizzazione del lavoro e non lo spreco e l’umiliazione dell’attività intellettuale.